In scena-Gigi Borruso

Gigi Borruso

In scena

 

stagione 2018/19

 

Luigi che sempre ti penZa

Siamo tutti stranieri del posto dove nasciamo o dove arriviamo


“Luigi che sempre ti penza” è uno spettacolo che non vuole abbandonarmi e dopo centinaia di repliche, in Italia e all’estero, torna in questa stagione a Palermo, a ottobre, al Teatro Biondo ed in altri teatri. Con “Luigi” sento la responsabilità e la felicità di un gesto politico e culturale, oggi, purtroppo, più attuale che mai.LUIGI_LOCANDINA_New
Narrando le vicende dei nostri emigranti degli anni ‘60, cercavo, fin dal suo debutto nel 2007, di aprire una riflessione dinanzi al buio dell’indifferenza e del razzismo montante verso il fenomeno delle migrazioni contemporanee, che iniziava a investire il nostro paese e l’Europa. Cercavo una risposta dinanzi allo spaesamento di una condizione del lavoro e dell’esistenza sempre più precaria, pari a quella di un “Gastarbeiter” degli anni ‘60. Tentavo di comprendere il fallimento di qualsiasi sogno di cambiamento, di riscatto, incarnato perfettamente dai nostri emigranti tornati in Sicilia, dove niente sembrava potesse mutare, dove “ti guardano male se pensi diverso”, dove poteva solo crescere il loro senso di estraneità. Perché, a differenza di quella specie di subcultura che si appella ciecamente all’identità, oggi dilagante, il migrante ha spesso maturato una consapevolezza che gli consente di guardare al mondo con occhi diversi, e pur nella fatica della sopravvivenza e nella marginalità del suo essere straniero ovunque, nella sua terra come in quella raggiunta, ha fatto una scommessa sulla vita e può guardarla con disincanto e con fiducia insieme. Egli sa che la terra e gli umani sono fatti per essere attraversati, conosciuti, amati perché sempre diversi, perché sempre un’occasione. 

Mi accade con una certa frequenza in campagna di incontrare alcuni di loro, contadini oggi settantenni o ottantenni che sono stati in Germania, in Belgio, in Francia… Raccontandomi delle loro storie mi accorgo che nei loro occhi si accende sempre una luce: per aver conosciuto un mondo diverso, fatto sì di fatica e di umiliazioni spesso, ma anche di scoperte, di sogni, di dignità riconquistata, in paesi dove i diritti del lavoro erano una realtà a confronto della condizione quasi feudale della propria terra di origine. Eppure di questa preziosa memoria, conquistata dall’immane fatica di più d’una generazione di emigranti, non sembra esservi traccia nel furioso e violento chiacchiericcio di paura e ottusità che la politica aizza contro gli odierni migranti. 
Il “Luigi” dello spettacolo, chiede d’essere riconosciuto con il suo nome, nella sua dignità e nel suo sforzo di costruire una vita. E dinanzi al capotreno che dovrebbe riportarlo in Italia dice “No non sono un ‘Gastarbeiter’, sono Luigi! Che, non ti ricordi? Mi ho passato fiumi e fiumi della grande Germania. Mi ho caricato sacchi e sacchi. E li ho scotolati pure, che ci ho ancora il pruvulazzo nelle nasche! Che, non ti ricordi? Vi ho dato la mia manodopera, tutta ve l’ho data! E ora torno e mi compro la terra…” . E oggi come ieri, la lotta per la dignità dei migranti e del lavoro, richiede un immane sforzo. Di coscienza, di cultura, di immaginazione politica.

Cedo il passo alle parole di Gian Maria Tosatti, che nel 2008, recensendo lo spettacolo, scrisse: “Questo testo di Gigi Borruso non è il teatro di narrazione che racconta una storia in fondo sentita mille volte. La vicenda è solo presa a prestito, per farne un’analogia, perché ci possa essere una storia, una rotta da seguire, da spezzare con questo apparentemente insensato ripetere sempre il proprio nome, «Luigi sono, sono Luigi», rivolto ad una sorta di dio-capotreno, macchinista del tempo che corre senza fermarsi. «Luigi sono, sono Luigi», torna a ripetere con lo stesso piglio disperato di quelli che oggi, quarant’anni dopo il 1969, continuano a chiedersi cosa si sia rotto e perché si viva ancora in quella costante disumana insicurezza del proprio futuro, del proprio destino, con quella sensazione di vulnerabilità, di esposizione a tutti i venti, che non è poi diversa oggi da quella degli emigranti degli anni ’60. «Luigi sono» ripete Borruso con lo stesso accanimento infantile, dei bambini che vogliono farsi riconoscere, che dicono il loro nome cento volte quando si perdono in mezzo alla strada e vogliono essere riportati a casa. E lui, un uomo di circa quarant’anni, non aggiunge altro, ma sembra dire al dio-capotreno, dandogli del tu, «Sono Luigi. Oltre alla vita mi devi anche la felicità». (Gian Maria Tosatti “La Differenza, 30/5/2008).

Luigi che sempre ti penza di e con Gigi Borruso

fantocci ed elementi di scena Elisabetta Giacone 

consulenza musicale Antonio Guida

Luci e audio Vittorio Di Matteo

Postproduzione audio Roberto Agrestini

Musiche La Banda di Palermo, Lous Sclavis, Migliacci–Mattone