Un errore umano

Un errore umano
 
testo e regia di Gigi Borruso 
 
con Serena Rispoli e Gigi Borruso  
 
scena Roberto Lo Sciuto 

Una produzione Transit Teatro - 2011
nuovo allestimento Teatro Stabile di Palermo/Transit teatro - 2014
PREMIO FERSEN PER LA DRAMMATURGIA 2015
 
Una nota dell’autore
“Un errore umano” nasce dall’incontro con Serena Rispoli; qualche anno fa mi propose di lavorare su alcune figure femminili che, soprattutto fra gli anni 80/90, hanno marcato una rottura, impensabile fino a quel tempo, con la cultura mafiosa.
E’ dedicato a quelle donne siciliane interpreti di un tentativo di riscatto. 
E’ dedicato a ognuno di noi: alla rabbia e allo spaesamento per i troppi nodi irrisolti della nostra storia civile. 
Un testo e uno spettacolo centrati sulla confessione di una donna siciliana entrata per caso nell’inferno di una famiglia mafiosa, in cui narrazione e azione procedono nell’atmosfera di un giallo surreale. 
Lia, la protagonista della pièce, è una donna inventata, ma non irreale. Attraverso le sue parole è possibile immaginare la storia di tante altre donne, figlie, madri, mogli di uomini d’onore. Intravedere la paura, il desiderio di verità, la rivolta nascosti in molte di loro.
Lia ha quarant’anni. Si è sposata a 17 anni con Vito S. figlio di un boss del trapanese. La sua nuova vita l’ha precipitata nella solitudine e nella reclusione. Intuiti i traffici e i delitti in cui è coinvolto il marito, ne ha subìto la violenza quando avrebbe voluto ribellarsi. Immaginiamo di incontrarla oggi a Villa Maria SS. di Loreto, “residenza sanitaria assistita” per disabili e psicopatici. 
Nella clinica sono in corso i preparativi per uno spettacolo in cui saranno coinvolti i pazienti. Ma la scena è occupata da Lia che si rifiuta di abbandonare il palcoscenico, intralciando le prove e l’allestimento della recita. La donna ingaggia un duello surreale, drammatico e a tratti grottesco con il Direttore del Centro, l’Uomo dal distintivo, fa luce sugli anni più terribili della sua esistenza, e sugli intrecci fra mafia e politica di cui si presume sia venuta a conoscenza. Ma qualcuno può credere a questa donna? Il suo malessere per una vita da prigioniera, per un’esistenza umiliata dall’indifferenza e dall’omertà reclama un ascolto impossibile. Con la sua rabbia, la sua ironia disperata Lia sostiene una lotta all’ultimo respiro con il cinismo, l’accattivante amoralità dell’Uomo dal distintivo. Il dialogo fra i due assume sempre più i connotati di un incubo, perdendo via via ogni riferimento realistico. E quando finalmente lo spettacolo annunciato avrà inizio e la donna sembrerà rassegnarsi al ruolo assegnatole nella recita dell’Istituto, i suoi incubi saranno anche i nostri e lo show macabro della menzogna, perfettamente realizzato. Qualcuno ascolterà l’ultimo appello di Lia, che parla adesso alla platea come un fool travestito da angelo?

Di mafia, dello squasso morale di questo Paese è stato detto tanto, è stato svelato tanto da bastare per mille rivolte. Ma la nostra coscienza troppo spesso si accontenta di commemorazioni, di contrizioni ad uso e consumo dei media, mentre rifiuta di vedere la silenziosa barbarie che sta dietro le nostre piccole o grandi complicità.
E’ così impalpabile la catena che ci incatena tutti al “quieto vivere”.

Lia, forse, testimonia solo la ribellione dei perdenti. 
Eppure solo un perdente conosce ancora la furia e la gentilezza che servono a immaginare un’altra vita. 
Un perdente. 
Com’è spesso il teatro, capace sempre di protestare e ricordare cos’è la gioia di stupirsi.
A dispetto di tutto.
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.


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