Luigi che sempre ti penza

piccole cronache di un emigrante

(in sette movimenti)

Luigi che sempre ti penza
piccole cronache di un emigrante (in sette movimenti)
di e con
Gigi Borruso
e con Serena Rispoli
fantocci ed elementi di scena Elisabetta Giacone

Menzione speciale della giuria al Premio Museo Cervi - Teatro per la memoria, 2013
Finalista al Premio “Ugo Betti” per la drammaturgia, XV ed. 2008
Segnalato al Premio Tuttoteatro alle Arti sceniche “Dante Cappelletti” 2006 

Presentato nel 2007 al Palermo Teatro Festival (anteprima), al Todi Arte Festival , al Teatro Civile Festival di 
Monte S. Angelo, al Teatro di Segesta, al Festival “Teatri di Vetro”, Roma Teatro Palladium.  
Produzione Transit Teatro

Luigi che sempre ti penza è la pièce di Gigi Borruso forse più rappresentata dal 2007 a oggi. Rievoca, fra realtà storica e fantasia, l’esperienza di un contadino siciliano emigrato in Germania negli anni ’60. Le sue vicende e i suoi pensieri sono il frutto di testimonianze raccolte dall’Autore e delle suggestioni di un piccolo nucleo di lettere di emigranti tratte da Entromondo di Antonio Castelli, essiccata e vibrante ricostruzione di lingua e di umori contadini in via d’estinzione. Luigi è un Gastarbaiter, un “lavoratore ospite”. Questa definizione divenne in Germania, fra gli anni ’60 e ’70, sinonimo di immigrato italiano e pian piano assunse lo stesso valore dispregiativo che oggi da noi ha la parola extracomunitario. Gastarbaiter, Italiano. Forse così riconosciuto per ricordargli la sua precarietà. Ma Luigi è un personaggio fantastico, intreccia storie diverse, in modo libero, parla del suo e del nostro tempo. Scrive l’Autore in una nota: “Ho immaginato lo sguardo di quest’uomo, la percezione di sé in terra straniera. L’ho immaginato nella baracca del cantiere in Germania, intento a rimembrare a voce alta i sogni della notte trascorsa, a scrivere alla sua famiglia, impegnato inconsapevolmente a definire un’identità messa in crisi dalla paradossale condizione che sperimenta ogni emigrante… Da alcuni anni lavoro a un teatro che tenta di coniugare la consapevolezza etica con lo stupore fantastico e mitico. Accostandomi a un tema di attualità, per certi versi abusato, come quello dei migranti, ho lavorato ad una dimensione quasi fiabesca. Provando a ricreare un linguaggio, quale quello suggerito dalle lettere dei nostri emigranti, asciutto e straniato rispetto alle norme della lingua, concreto e polivoco a un tempo. Luigi parla una lingua che racconta di un’altra estraneità, di un altro esilio. Sospesa fra il siciliano contadino, la lingua italiana ed il tedesco: fra la lingua della terra, della famiglia e quella dei media, dell’autorità, del lavoro. Chissà che la fragilità della sua lingua non apra nuovi piani di senso? .... Luigi è desiderio di riscatto, nuovo sguardo sul mondo. Luigi gioca con il teatro, tenta di far luce sulla sua e sulla nostra esistenza. Il suo cammino in sette movimenti è pensato come progressivo svelamento interiore. Ci racconta dell’infinita migrazione di ogni uomo all’interno del suo animo, della sopravvivenza della speranza nella più struggente coscienza della perdita”. 
Lo spettacolo nel 2010 si è arricchito di un epilogo che ci riconduce al presente. Qui Luigi, oggi più che ottantenne, ripercorre in controluce la propria esperienza dialogando con i migranti del nostro tempo, i “nostri” immigrati. Fra questi c’è Jasmina, una donna forse dell’Est, incontrata per caso su un treno. Il breve tragitto fatto insieme sarà anche un viaggio sonoro fra i canti delle diverse sponde del Mediterraneo. Storie diverse si confrontano, portandoci avanti e indietro nel tempo, alla ricerca del senso della parola straniero.

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