Babelturm

Babelturm
La torre di Babele

uno spettacolo ispirato alla testimonianza etico – letteraria di 
Primo Levi

drammaturgia e regia Gigi Borruso

produzione Compagnia dell’elica 2000/2001


Premessa

Uno spettacolo sugli orrori e le mistificazioni della storia passata e presente, che conclude e definisce un progetto iniziato nel 1999, in piena guerra balcanica, con una prima rappresentazione di uno studio scenico. L’esito conclusivo, frutto anche di un laboratorio finanziato dal Comune di Palermo, è stato presentato nell’ambito delle manifestazioni di “Palermo di Scena” ai Cantieri Culturali alla Zisa dal 20 al 23 aprile 2001.	Liberamente ispirato al più celebre romanzo di Primo Levi “Se questo è un uomo”, ma anche al Levi narratore di “Storie naturali”, “Lilìt”, “Vizio di forma”, Babelturm è il frutto di un percorso drammaturgico in cui si intrecciano Kafka e Holderlin, i testi delle Leggi italiane per la “Difesa della Razza” del 1938 e l’Antico Testamento.
	Si parte dal lager nazista, da Auschwitz e dalla Torre del Carburo, la Torre di Babele che sorge minacciosa all’interno del lager, attraverso le parole e la memoria di uno dei suoi testimoni più lucidi.







"...La Torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia, siamo noi che l'abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak, e l'odio li ha cementati; l'odio e la discordia, come la Torre di Babele, e così noi la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. 
E ancora oggi, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida del cielo come una bestemmia di pietra. " 
(Primo Levi da Se questo è un uomo)


Così scriveva Primo Levi. Ma la Babele del Lager attraversa la storia, scorre nella contemporaneità. E’ angoscia impotente per ciò che dovrebbe essere e non è, per il mondo alla rovescia di tanta storia e del nostro presente.

	Non c’è trama in questo spettacolo della Compagnia dell’elica che si avvale di un gruppo di diciannove attori e due musicisti. Piuttosto Babelturm è una riflessione tra memoria e presente, dove si procede per quadri, singole scene, singoli momenti in cui le parole si intrecciano e dialogano con la musica.


La nota di regia

L’idea di Babelturm nasce nel 1999.
Quando il lungo orrore dei Balcani ci coinvolge ormai direttamente e turba la nostra quiete consumistica.

Voglio ricordare le ragioni della sua genesi.
Perché esse appartengono ad una comunità di artisti, che ne hanno condiviso l’ispirazione e ne hanno stimolato lo sviluppo. 
Ci anima l’idea d'un teatro che sappia navigare nell'immaginario, facendosi, al contempo, viva testimonianza della storia, di quest’epoca. 
Che sappia coniugare la consapevolezza etica con lo stupore fantastico e mitico.
Non è la cronaca che ci interessa.
Ho proposto ai miei compagni Levi. 
Partire dalla più devastante, impronunziabile memoria del ‘900.
Ma dove abitano le parole di Levi in questo tempo?
La memoria non è un piccolo atto soggettivo.
E’ un dono che chiede accoglienza nel presente.
Che chiede un’anima libera di accoglierla.
E’ rischiosa, sconcertante.

Maturi sono, nel fuoco tuffati, cotti
I frutti e sulla terra provati; e v’ha una legge
Che tutto indentro volge come serpenti
In profetico sogno sopra
I colli del cielo. E molto,
quale sugli omeri
un peso di ciocchi
è da conservare. Ma sono cattivi
i sentieri. Poiché fuori strada
come cavalli, vanno i prigionieri
elementi e le vecchie 
leggi della terra. E sempre
allo sfrenamento va una brama. Ma molto
è da conservare. ...
Ma né avanti, né indietro
Noi vogliamo vedere.......
..........         (Friedrich Holderlin –  Mnemosine)



Rileggere Primo Levi.
Le sue lucide memorie e i suoi racconti satirici e fantastici.
Mettere a specchio il Lager e la superficie del presente.
La superficie è dolce. Irresponsabile e vaga. 
Come insinuava Levi, nelle sua lunga riflessione sulla shoah, sviluppata anche attraverso la narrazione fantastica, la “Babele” del Lager attraversa la storia. Il suo veleno scorre nel fiume della contemporaneità dove a ognuno è offerta l’illusione consolatoria d’un grande banchetto collettivo di sapienza ed emozioni. Il nuovo Lete promette un dolce naufragio nell’indistinto sentire del mondo della globalizzazione. 
Nella moderna Canaan, l’orrore è accuratamente mascherato e rimosso o mostrato pornograficamente perché possa essere cancellato lo sguardo sofferente delle sue vittime e saziata segretamente la nostra ferocia.

Il teatro vorrebbe restituire l’intensità della memoria, il suo stupore dinanzi all’orrore e al silenzio della storia, della coscienza. 
Cerca uno sguardo che condensi il paradosso dell’unica vita non paradossale. Quella che sa essere a un tempo estranea a sé e profondamente se stessa. 
Accoglienza partecipe d’un dolore inesprimibile e movimento di infinita trasfigurazione.
Uno sguardo che a dispetto di ogni totalitarismo e di ogni maleficio sa essere sempre nascente e di disponibile al gioco.

Appunti sulla messa in scena

...Un grande ambiente. Che consenta un significativo gioco di avvicinamento e distanza  fra attori e pubblico. 
Entrambi è necessario che avvertano il disagio e il fascino di uno spazio in cui lo sguardo sprofondi. Un deserto fisico e mentale dove si sentano però le mura che lo cingono; un deserto come un lager; che del lager suggerisca la minacciosa indeterminatezza o, se si preferisce, la squallida monotonia e le oscure fughe.
E’ opportuno che gli spettatori siano disposti solo sul lato corto di questo spazio, quasi costretti ad osservare a distanza. 
Immaginiamo questa distanza come la qualità interiore ed espressiva del gioco scenico. 
Nel vuoto che si apre dinanzi allo spettatore, attraverso la trasparenza del corpo degli attori, ecco rivelarsi la più intima eco del mondo. Ciò che è stato abbandonato, l’impossibile, si mostrano, impudichi, affettuosi.

In scena una compagnia d’attori.
Portano addosso quello che possiamo solo immaginare come il muto stupore di chi giunge da molto, molto lontano.
Di chi abita l’eternità. Di chi abita l’eternità qui, nella vita, insieme a noi, nella corrotta temporalità. 
Tornano. Dal loro passato, dal loro futuro.
Ecco, questo è il loro teatro. E’ il luogo della loro reclusione,  della loro passione e, insieme, il luogo dove re-inventare ogni cosa. 

Ma l’incolmabile distanza da cui s’immagina giungano gli attori non è quella che separa la vita e la morte, l’arte e la vita. 
E’ quella che corre fra l’eternità e l’omertà della coscienza. 

L’eternità qui non è una promessa.
E’ il luogo dove la vita riposa e si contempla commossa. 
E’ un placido lago. come gli occhi dei vecchi.
o come il silenzio che precede o succede a un terremoto.
che si illumina della più profonda coscienza dell’essere.

Potrà il gioco dei teatranti innescare il sogno della rigenerazione ?  Potrà la loro povera arte ri-memorare con lancinante pienezza, perché ci si conceda alla verità?

Note sulla ricerca musicale	

La trama musicale dello spettacolo, curata da Alessandro Palmeri e Dario Compagna, intreccia l’improvvisazione, la musica tradizionale ebraica e l'opera d'uno dei più interessanti autori barocchi europei, il mantovano Salomone Rossi (1570/1630). Conosciuto come l'Ebreo, autore di numerosi intermezzi teatrali, di Salmi e Madrigali, aprì la strada alla musica moderna, operando una straordinaria sintesi fra la cultura popolare ebraica e la più colta tradizione europea.
Le improvvisazioni scaturiscono dalle suggestioni evocate dai singoli quadri al cui interno gli strumenti dialogano con le espressioni attoriali, la dinamica e il colore, cucendo addosso alle singole scene il gesto musicale che prende così corpo per analogia o per contrasto.

La locandina
Babelturm
La torre di Babele
uno spettacolo ispirato alla testimonianza etico – letteraria di
Primo Levi

Drammaturgia e regia Gigi Borruso

Con
Serena Barone, Gigi Borruso
Ester Cucinotti, Maria Cucinotti,

Sabrina Petyx, Anna Ceraulo, Massimo Graffeo, Leonardo Campanella,
Laura Isgrò, Maurilio Mangano, Oriana Martucci, Vincenzo Musso,
Domingo Norfo, Elena Pistillo, Manuela Russo, Laura Scavuzzo,
Antonella Spina, Luigi Testa, Francesco Teresi.

Violoncello
Alessandro Palmeri
Clarinetto in Si bemolle e Clarinetto basso
Dario Compagna

Scena e costumi
Enzo Venezia

Luci
Pippo Migliore

Ricerche ed elaborazioni musicali
Alessandro Palmeri, Dario Compagna

Collaborazione scenografica e costumistica
Giusi Giacalone

Assistenti alla regia
Anton Giulio Pandolfo, Maricetta Scordi

Ufficio stampa
Paola Filice
          
Foto di scena
Rita Cricchio


Vedi anche”Babelturm una memoria teatrale” di G. Borruso, pubblicato sulla rivista Margini n.2/2005:
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